Triage apre la quarta edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma. Il film di Davis Tanovic con Colin Farrell, Paz Vega e Christoper Lee, accoglie personalità e celebrità, oltre ad un applauso commosso del pubblico in sala. Fotografie di Guerra che raccontano storie di vite spezzate. Il film uscirà nelle sale italiane il 27 novembre prossimo.
Colin FarrellUn calmo e profondo Colin Farrel nei panni di un fotoreporter (Mark Walsh), che assieme al suo migliore amico David (interpretato da Jamie Sives) decidono di andare in Afganistan per seguire il conflitto. Due personaggi molto distanti tra loro. Mark è a caccia d’immagini che comunichino la storia dell’anno, quella capace di cambiargli la vita. Mentre David, che è in attesa di un bambino dalla moglie Diane (Kelly Reilly), è un tipo pacato più attento alle cose semplici e alla vita comune, motivo che lo spingerà ad abbandonare lo scenario di guerra per stare accanto alla moglie al momento del parto. David è legato a Mark da una profonda amicizia, motivo per il quale lo segue senza batter ciglio accondiscendendo a tutte le sue richieste, nonostante le molte perplessità. Sarà in questo clima di fiducia e rispetto che si consumerà la tragedia.
Tanovic trasporta il pubblico in una deflagrazione di emozioni e torpori cardiaci dinnanzi alla cruda ricostruzione della violenza e della follia umana. I colpi irruenti di armi da fuoco e di scoppi assordanti delle granate deflagrano lo schermo, attraversano i corpi degli attori e restituiscono agli spettatori fotografie di morte di un fotoreporter. La guerra invade gli animi e le menti dei sopravvissuti stravolgendoli per l’eternità. È il Dottor Talzani (Branko Djuric) ad impersonare la rivoluzione dei concetti nella vita di guerra. Nel suo campo Talzami sintetizza il libero arbitrio in due tagliandi colorati: il giallo dona la vita, il blu la toglie. Assurgersi al ruolo di Dio nel nome della salvezza. Mark, rapito da tale pratica, ne fa la sua ispirazione fotografica, ignaro del fatto che quelle immagini gli avrebbero cambiato la vita. Quando il destino decide di giocare e invertire i ruoli dei protagonisti del game gli eventi si infrangono e la vita ne è sconvolta. Mark rientra a casa dopo aver rischiato di morire, lì scopre che L’amico David non aveva fatto rientro nonostante l’imminente nascita della figlia. È un Mark scioccato e preoccupato che reagisce alla notizia rinunciando a vivere e smettendo di camminare. Elena (Paz Vega), la moglie, preoccupata si rivolge al nonno Joaquin Morales (Christopher Lee), affermato psichiatra che si occupò della “purificazione”dei criminali di guerra dopo la guerra civile spagnola.
Un Christopher Lee ineccepibile e padrone della scena. Interpretazione calda, ligia, talvolta da padre tal’altra da maestro capace di guidare il proprio alunno in difficoltà verso la soluzione, verso l’apprendimento. E Mark apprende ad accettare e a vivere il dolore. La verità che ne verrà fuori cambierà la vita di tutti i protagonisti e la visione della realtà. Elena apprende a maneggiare la percezione delle cose e a conoscerle oltre le apparenze. Così aiuta Mark con il suo amore e ritrova l’affetto e la stima per il nonno.
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Hachicko: a dog's story, l'evento fuori concorso che commuove tuttiÈ un vero racconto attorno al fuoco.
Una trama ridotta all'ossoÈ un Richard Gere come al solito calmo e rilassato quello che si presenta sul palco del Festival del Film di Roma. Occhiali inforcati e parlata suadente il protagonista di Hachiko: a dog's story è decisamente affabile. Sarà il buddismo, sarà il suo modo di intendere la vita o forse il fatto che il suo film ha scatenato pianti irrefrenabili nella platea di severi critici e giornalisti solo poche ore prima.
"È una storia semplice di un cane e del suo padrone e questa è la sua forza, la nostra sfida era essere altrettanto semplici nel raccontarla" esordisce l'attore. E semplice lo è davvero, una trama ridotta all'osso (un cane perde il padrone e lo attende invano) per un film che Gere definisce: "simile ad un racconto attorno al fuoco" per il rapporto di diretta sincerità e di semplice sviluppo, non una storia d'amicizia come capita in questi casi ma "una storia d'amore nel senso più profondo che non ha nulla a che vedere con sesso e specie, ma con qualità innate".
Certo il film scatena idee e riflessioni tra il filosofico e lo spirituale ma anche Gere quanto a spunti spirituali non scherza…
Lo spiritualismo nella vita e nel cinemaTanto ha voluto la storia e tanto ne è rimasto colpito che non solo l'ha voluta interpretare ma anche produrre. Richard Gere voleva essere sicuro che il film si facesse e che venisse bene: "Quando lessi la sceneggiatura (che praticamente è il film) ebbi una reazione forte, piansi come un bambino ma contemporaneamente ero anche eccitato, per cui mentre piangevo non potevo fare a meno di raccontarla a tutti quanti".
Un coinvolgimento forte che ha delle basi concrete, come è facile immaginare la vita dell'attore è da sempre piena di animali: "Ho avuto cani fin da quando ero piccolo, il primo fu uno biondo chiamato Chippen, era un cocker spaniel, mentre ora ho una femmina chiamata Billie. Una delle ragioni per le quali ho voluto fare questo film è proprio il legame speciale che mi connette ai cani". Oltre a questo c'è però anche un coinvolgimento spirituale: "Un film come questo chiaramente mi è filosoficamente vicino e ho preteso una connessione al buddismo nella storia anche se poi il cuore non è quello. Trovavo però interessante una connessione alla storia giapponese. Cultura occidentale e orientale non sono poi così diverse. Hanno forse enfasi diverse ma si occupano degli stessi temi. Non a caso i filosofi occidentali hanno prodotto pensieri e riflessioni molto simili a quelle orientali".
Impossibile a questo punto non far cadere il discorso sul suo rapporto con il Dalai Lama, su come sia cresciuto in lui il desiderio di aderire ai suoi insegnamenti e come questi lo aiutino oggi: "A dire il vero sono buddista più o meno da quando ho 20 anni, i miei primi maestri sono stati giapponesi quindi zen, poi ho cominciato a leggere letteratura tibetana e alla fine ho potuto incontrare sua santità in India. La profondità di compassione e saggezza di quell'uomo è incredibile, quando vedi qualcuno diventare quel tipo di essere realizzi che è quello che vorresti anche tu e soprattutto che è possibile se ti impegni".
Certo parlare dell'incontro con il Dalai Lama riempie gli occhi di Gere di incredibile serenità ma è la rievocazione di quello con un altro maestro, stavolta del cinema, come Akira Kurosawa (che lo volle per Rapsodia in Agosto) ad eccitarlo: "Incontrai la prima volta Kurosawa quando avevo appena iniziato a fare l'attore, c'era una sua retrospettiva a New York e lo potei incontrare. La cosa fu talmente incredibile che mi sembrava molto più alto di me, sembrava che fosse un gigante e ancora ho quest'impressione. Poi, anni dopo, il direttore dell'istituto di cultura giapponese che mi insegnava la lingua per poter partecipare a Rapsodia in Agosto mi fece vedere una foto di quell'incontro, eravamo alti uguale. Quando sei vicino a quei maestri si tratta di qualcosa fuori scala, sei in presenza di un immenso leone e Kurosawa era così".
Gli animali sono come i bambiniLavorare con gli animali non è mai facile e, come rievoca lo stesso Gere, "è come lavorare con i bambini". Il lavoro fatto per Hachiko però è stato completamente diverso da quello che solitamente si vede. Il cane non è stato infatti addestrato a fare quasi nulla (tranne aprire qualche porta), si girava quello che capitava, si cercavano cioè momenti di autentica complicità: "Abbiamo creato un ambiente di fiducia per il cane e abbiamo girato in digitale per poter fare scene lunghissime senza tagliare, la più lunga è durata quasi un'ora, volevamo aspettare che accadesse qualcosa di magico, poi come spesso capita per la maggior parte del tempo non succedeva nulla. Ci è voluta dunque moltissima pazienza perché cerchi di ottenere qualcosa che non hai chiesto".
Interrogato su quali fossero le origini di questo metodo, se l'avessero inventato o se si fossero ispirati a qualcos'altro, la risposta arriva pronta: "Lo vidi fare ad Altman" in quel caso si trattava del lavoro con un bambino (ma come abbiamo detto il rapporto è stretto) "lo vidi ottenere momenti fortissimi e davvero spontanei così gli chiesi come facesse e lui mi ha risposto che il segreto è non dirgli cosa fare ma metterli in una situazione autentica cercando di catturare ciò che succede. Sono momenti che hanno sentimenti autentici. Creare una cosa simile richiede una pianificazione accuratissima".
Il risultato come ripetuto molte volte è uno straordinario sentimentalismo "un film sulla forza vitale e sulla spiritualità, una storia senza tempo, senza inizio e senza fine", per usare ancora una volta le parole dell'attore, concepito per un pubblico di bambini "ma che finisce per essere più efficace con i teenager e gli adulti".
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Al Festival di Roma è il giorno di ClooneyLa terza giornata del Festival internazionale del Festival di Roma si apre sotto l'insegna di George Clooney. L'attore è il protagonista del film di Jason Reitman
'Up in the air' (che in Italia uscirà con il titolo di 'Tra le nuvole') , presentato stamattina.
Il regista, già trionfatore a Roma con il suo Juno nel 2007, torna dietro alla macchina da presa confezionando una commedia brillante che ha riscontrato l'apprezzamento della stampa. Clooney (Ryan Bingham) è perfetto nel ruolo di un crudele tagliatore di teste senza sentimenti nè scrupoli. La sua vita passa 'sopra le nuvole', sempre in viaggio, fino a quando l'azienda per cui lavora non decide di investire sulle nuove tecnologie. Un evento che sconvolgerà il futuro dello scapolone Ryan Bingham, il cui unico vero obiettivo è quello di raggiungere le 10 milioni di miglia. L'incontro con un suo alter-ego femminile (Alex, interpretata da Vera Farminga) potrebbe cambiare il suo orizzonte e riempire quello zaino che Bingham consiglia a tutti di lasciare vuoto per una vita 'senza pesi'.